MITO e ASANA

 

MITO e ASANA (MATSYA E LA NASCITA DELLO YOGA)

Riflessione e approfondimento a cura di BEATRICE ANFUSO – Istruttrice
Titolare del corso di Ashtanga Vinyasa Yoga

vi siete mai chiesti perché gli asana hanno un determinato nome? Quando facciamo una lezione, l’insegnante ci chiede di assumere la posizione del guerriero, del pesce, dell’aquila e così via… ma dietro la semplice rappresentazione corporea esiste un significato più profondo?

Lo yoga affonda le sue radici in una tradizione millenaria complessa e l’esecuzione delle posizioni evoca eventi mitologici con significati profondi.

Se vi siete incuriositi seguiteci in questo viaggio tra asana & mito.

Iniziamo oggi con Matsya (o Matsyaendra), il PESCE, colui che divulgò lo yoga al genere umano dopo averlo “rubato” a Shiva e Parvati in persona.

Si racconta che Shiva dopo una meditazione di diecimila anni decise di scendere dal monte Kailash. Per l’occasione sua moglie Parvati, contenta di rivederlo, preparò un bel banchetto sul fiume. Fu così che Shiva annunciò alla sposa che la meditazione lo aveva portato a scoprire la più incredibile delle arti, il segreto dell’universo stesso, la fonte di unione tra l’individuo e la divinità: lo yoga.

Shiva iniziò quindi a descrivere lo yoga a Parvati. Proprio in quel momento passava nel fiume il signore dei pesci, Matsya che ascoltando la perfetta narrazione del padre dello yoga venne istantaneamente illuminato in questa arte.

Matsya decise poi di tramandare lo yoga agli uomini e di ispirare, secondo la leggenda, il testo base di questa arte. Formalmente siamo tutti discepoli di Matsya!

Quando pratichiamo matsyasana o matsyendrasana, i due asana a lui dedicati, ricordiamoci di questo piccolo pesce e del grande dono che ci ha fatto!

VIRABHADRA, IL GUERIERO

 

La storia di Virabhadra inizia con una fanciulla, Sati, che si innamora di Shiva. I due innamorati si sposano ma il loro amore venne fortemente ostacolato dal padre di lei Daksha, re di Yagna.

Sati presa dallo sconforto e non desiderando più il proprio corpo fisico, si uccide gettandosi nel fuoco rituale. Fu così che Shiva, in preda all’ira, gettò sulla Terra uno dei suoi ricci da cui nacque Virabhadra, l’eroe buono, a cui Shiva ordinò di tagliare la testa di Daksha.

Arrivato a Yaga, Virabhadra impugnò la sua spada e tagliò immediatamente la testa al cattivo re. Ma a questo punto, sorprendentemente Shiva, si mosse ad un raro atto di compassione e decise di riportare in vita Daksha, impiantandogli la testa di un ariete.

I tre asana dedicati a Virabhadra rappresentano proprio questo evento: il primo rappresenta l’eroe forte e stabile che si reca a Yaga brandendo la grande spada sopra la testa.

Virabhadrasana II rappresenta l’eroe mentre prende la mira, con la spada o in alcuni miti con l’arco, per sconfiggere il suo nemico.

Nella III versione, il guerriero abbandona la solidità e la forza a favore della ricerca di una condizione di equilibrio. Così come Shiva, ucciso Daksha, ha compassione e ritrova il proprio equilibrio, centro dell’universo.

BAKA, LA GRU

Bakasana, la posizione della gru, può essere una posizione sfidante per un praticate di yoga.

Nel Maharabata si narra che re Yudisthira, insieme ai suoi 4 fratelli, venne esiliato dal proprio regno per 12 lunghi anni e costretto a vagare per la foresta.

Un giorno, assetati dopo un lungo cammino, i fratelli videro un laghetto ed uno alla volta si avvicinarono per abbeverarsi. Ogni volta però che uno di loro si avvicinava al lago, una bellissima gru li avvertiva che se avessero bevuto, sarebbero morti. I fratelli erano così assetati ed arroganti che non seppero resistere alla fresca acqua. L’ultimo ad arrivare al lago fu re Yudistira che visti i fratelli esanimi fu colto da profonda rabbia e dolore.

Allora la gru disse: “Sono io che ho ucciso i tuoi fratelli. Se tocchi l’acqua, morirai anche tu. Ma se puoi rispondere correttamente alle mie domande, riporterò in vita tutti i tuoi fratelli”.

Yudisthira rispose saggiamente alle 33 domande della gru. Come ultima domanda, gli chiese: “Chi è felice in questo mondo?”

Yudhisthira rispose: “La persona auto-realizzata, che ha cancellato tutti i suoi debiti risolvendo il suo karma, egli è veramente felice.” Soddisfatta delle risposte la gru rianimò tutti i fratelli.

Nel momento in cui maggiormente poteva vacillare e cedere alla rabbia e allo sconforto, Yudhisthira trovò il suo equilibrio interiore e rispose con la massima saggezza.

Ed è proprio questo equilibrio che dobbiamo ricercare quando facciamo bakasana. In quel momento siamo Yudistira e siamo la gru, guardiamo avanti anche se siamo sull’ orlo del precipizio invece di farci prendere dalla paura e guardare in basso.

HALASANA, LA POSIZIONE DELL’ARATRO

Haladara, colui che porta l’aratro, è una figura centrale della mitologia induista. Conosciuto anche con il nome di Balarama era dotato di un’incredibile forza fisica oltre che di abilità strategiche e di una grandissima levatura morale.

Si narra che una sera di primavera Halandara si trovasse con le gopi, divinità simili a ninfe, nei pressi del fiume Yamuna. La brezza soffiava leggera, il chiaro di luna riempiva il cielo e il miele trasudava dagli alberi profumando la foresta. Mentre Halandara era immerso in questa atmosfera felice, desiderò immergersi nelle acque del fiume così lo chiamò a sé ma questo non si mosse. Deluso e indispettito del fatto che la realtà non si fosse piegata alla sua volontà prese il suo aratro e scavò un solco così che l’acqua deviasse verso di lui.

Halasana, con i piedi oltre la testa, richiama fisicamente l’aratro che solca il suolo rimestando la terra. Simbolicamente, come l’aratro solca il terreno così i nostri pensieri e le nostre azioni lasciano una traccia nel nostro spirito, nella nostra coscienza e sulle conseguenze che esse hanno sulla realtà, ovvero nel karma. L’aratro rappresenta inoltre uno strumento per superare gli ostacoli: la pratica costante dello yoga traccia un solco nella mente e la devia dove vogliamo, facendo confluire le energie dove ci servono.

SAVASANA, LA POSIZIONE DEL CADAVERE

Shavasana, la posizione del cadavere, rappresenta la meritata conclusione di una classe di yoga. Spesso non diamo importanza a questa posizione perché non richiede sforzo fisico ma il suo significato simbolico è estremamente profondo.

Shavasana è legato alle vicende del marajà Parikshit, un sovrano saggio e giusto. Un giorno mentre cavalcava tra i boschi arrivò all’eremo del saggio rishi Shamika e assetato gli chiese dell’acqua. Ma Shamika era in uno stato di profonda mediazione e non rispose alla richiesta del re che infastidito gli mise intorno al collo un serpente morto per capire se lo stesse ignorando volontariamente. Quando il re vide che Shamika non si muoveva si pentì di quanto fatto e si allontanò.

Quando il figlio delrishi lo venne a sapere si infuriò per l’offesa fatta al padre e maledisse il re, predicendo che sarebbe morto entro sette giorni.

Appreso del suo destino, il re prima rinunciò al trono, poi andò sulla riva del Gange e chiese ad uno dei saggi di istruirlo sulla scienza dell’anima. Per i successivi sette giorni, il saggio gli insegnò lo yoga. Quando al settimo giorno, il re raggiunse l’autorealizzazione accolse la sua morte fisica con distacco, senza paura, conscio che si trattava di una nuova nascita.

La consapevolezza della morte ha spinto il re a lasciare i beni terreni per cercare la propria realizzazione, così la tradizione yoga suggerisce che è saggio tenere a mente questa caducità, senza fingere che la morte non esista, perché il giusto atteggiamento può darci un senso di scopo e ispirarci a fare buon uso del tempo che abbiamo sulla terra.